“…io potrò passare, ma voi dovete stringere maggiormente i vincoli di cameratismo consacrati da grandi sacrifici, perché l’ ITALIA avrà ancora bisogno di voi !!!”
MUSSOLINI

mercoledì 28 settembre 2016


I CAPPELLANI MILITARI INQUADRATI NEI REPARTI DELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA , FURONO QUTTROCENTOOTTANTATRE, CINQUANTASETTE DEI QUALI DI PRIMA NOMINA, I RESTANTI PROVENIENTI DAL REGIO ESERCITO, I RELIGIOSI VENNERO INTERPELLATI DA MONSIGNOR ANGELO BARTOLOMASI ( INDISCUSSA GUIDA DEL CORPO DEI CAPPELLANI MILITARI GIA’ “VESCOVO DI CAMPO” DURANTE TUTTA LA PRIMA GUERRA MONDIALE) PER SCEGLIERE SE ADERIRE O MENO ALLA COSTITUZIONE  DELLE FILE DEI CAPPELLANI MILITARI OPERANTI NEL SETTENTRIONE D’ ITALIA.




RELIGIOSI NON AVVERSI ALLA R.S.I. UCCISI PER MOTIVI POLITICI

AMATEIS Don Giuseppe, parroco di Coassolo (Torino), ucciso a colpi di ascia dai partigiani comunisti il 15 marzo 1944, perché aveva deplorato gli eccessi dei guerriglieri rossi.
AMATO Don Gennaro, parroco di Locri (Reggi o Calabria), ucciso nell’ottobre 1943 dai capi della repubblica comunista di Caulonia.
AMBROSI Don Luigi.
ARINCI Marino: seminarista.
BANDELLI (Bandeli) Don Ernesto, parroco di Bria, ucciso dai partigiani slavi a Bria il 30 aprile 1945.
BARDET (Border) Don Luigi, parroco di Hone (Aosta), ucciso il 5 marzo 1946 perché aveva messo in guardia i suoi parrocchiani dalle insidie comuniste.
BARDOTTI Don Ugo.
BAREL Don Vittorio, economo del seminario di Vittorio Veneto, ucciso il 26 ottobre 1944 dai partigiani comunisti.
BARTHUS Padre Stanislao della Congregazione di Cristo Re (Imperia), ucciso il 17 agosto 1944 dai partigiani perché in una predica aveva deplorato le «violenze indiscriminate dei partigiani».
BARTOLINI (Bortolini) Don Corrado, parroco di Santa Maria in Duno (Bologna), prelevato dai partigiani il 1° marzo 1945 e fatto sparire.
BASTREGHI Don Duilio, parroco di Cigliano e Capannone Pienza, ucciso la notte del 3 luglio 1944 dai partigiani comunisti che lo avevano chiamato con un pretesto.
BEGHE’ don Carlo, Parroco di Novegigola (Apuania), sottoposto il 2 marzo 1945 a finta fucilazione che gli produsse una ferita mortale.
BONIFACIO Don Francesco, curato di Villa Gardossi (Trieste), catturato dai miliziani comunisti Jugoslavi l’11 settembre 1946 e gettato in una foiba.
BOLOGNESI Don Sperindio, parroco di Nismozza (Reggio Emilia), ucciso dai partigiani comunisti il 25 ottobre 1944.
BORTOLINI Don Raffaele, canonico della Pieve di Cento, ucciso dai partigiani la sera del 20 giugno 1945.
BOVO (Bove) Don Luigi, parroco di Bertipglia (Padova), ucciso il 25 settembre 1944 da un partigiano comunista poi giustiziato.
BRAGHINI Dino: Chierichetto.
BULLESCHI Don Miroslavo, parroco di Monpaderno, (Diocesi di Parenzo e Pola), ucciso il 23 agosto 1947 dai comunisti iugoslavi.
BEGNE’ Don Carlo
BUSI Don Gogoli.
CALCAGNO Don Tullio – direttore di «Crociata Italica», fucilato dai partigiani comunisti a Milano il 29 aprile 1945.
CALE’- Don Ernesto.
CAVIGLIA Don Sebastiano, cappellano della GNR, ucciso il 27 aprile 1945 ad Asti.
CERAGIOLO Padre Giovan-Crisostomo, o.f.m., cappellano militare decorato al valor militare, Prelevato il 19 maggio 1944 da partigiani comunisti nel convento di Montefollonico e trovato cadavere in una buca con le mani legati dietro la schiena.
CIOCCHETTI Don Paolo
CORSI Don Aldemiro, parroco di Grassano (Reggio Emilia), assassinato nella sua canonica, con la domestica Zeffirina Corbelli, da partigiani comunisti, la notte del 21 settembre 1944.
CORTIULA Don Virgilio, ucciso con suo padre e Pavine Virgilio.
CRECCHI Don Ferruccio, parroco di Levigliani (Lucca), fucilato all’arrivo delle truppe di colore nella zona, su false accuse dei comunisti del luogo.
CURCIO Don Antonio, cappellano dell’11° Btg. Bersaglieri, ucciso il 7 agosto 1941 a Dugaresa da comunisti croati.
DAMIANI Padre Sigismondo, o.f.m. ex cappellano militare, ucciso dai comunisti slavi a San Genesio di Macerata l’ 11 marzo 1944.
DAPPORTO Don Teobaldo, arciprete di Casalfiumanese (Diocesi di Imola), ucciso da un comunista nel settembre 1945.
DE AMICIS Don Edmondo, cappellano, pluridecorato della prima guerra mondiale, venne colpito a morte dai «gappisti», a Torino, sulla soglia della sua abitazione nel tardo pomeriggio del 24 aprile 1945, e spirò dopo quarantotto ore di atroce agonia.
DIAZ Don Aurelio, cappellano della Sezione Sanità della divisione «Ferrara», fucilato nelle carceri di Belgrado nel gennaio del ‘45 da partigiani «Titini».
DOLFI Don Adolfo, canonico della Cattedrale di Volterra, sottoposto il 28 maggio 1945a torture che lo portarono alla morte l’8 ottobre successivo.
DONATI Don Enrico, arciprete di Lorenzatico (Bologna), massacrato il 28 maggio 1945 sulla strada di Zenerigolo.
DONINI Don Giuseppe, parroco di Castagneto (Modena). Trovato ucciso sulla soglia della sua casa la mattina del 20 aprile 1945. La colpa dell’uccisione fu attribuita in un primo momento ai tedeschi, ma alcune circostanze, emerse in seguito, stabilirono che gli autori del sacrilego delitto furono gli altri.
DORFMANN Don Giuseppe, fucilato nel bosco di Posina (Vicenza) il 27 aprile 1945.
D’OVIDIO Don Vincenzo, parroco di Poggio Umbricchio (Teramo), ucciso nel maggio ‘44 sotto accusa di filo-fascismo.
ERRANI Don Giovanni, cappellano militare della GNR, decorato al vm., condannato a morte dal CNL di Forli, salvato dagli americani e poi deceduto a causa delle sofferenze subite.
FALCHETTI Don Giovanni.
FASCE Don Colombo, parroco di Cesino (Genova), ucciso nel maggio del ‘45 dai partigiani comunisti.
FAUSTI Don Giovanni, superiore generale dei Gesuiti in Albania, fucilato il 5 marzo 1946 perché Italiano. Con lui furono trucidati altri sacerdoti dei quali non si è mai potuto conoscere il nome.
FERRAROTTI Padre Femando, o.f.m., cappellano militare reduce dalla Russia, ucciso nel giugno 1944 a Champorcher (Aosta) dai partigiani comunisti.
FERRETTI Don Gregorio, parroco di Castelvecchio (Teramo), ucciso dai partigiani slavi ed italiano nel maggio 1944.
FERRUZZI Don Giovanni, arciprete di Campanile, Diocesi di Imola, ucciso dai partigiani il 3 aprile 1945.
FILIPPI Don Achille, parroco di Maiola (Bologna), ucciso la sera del 25 luglio 1945 perché accusato di filofascismo.
FONTANA Don Sante, parroco di Comano (Pontremoli), ucciso dai partigiani il 6 gennaio 1945.
FORNASARI Mauro: seminarista.
GABANA don Giuseppe, della diocesi di Brescia, cappellano della VI legione della Guardia di Finanza ucciso il 3 marzo 1944 da un partigiano comuni sta.
GALASSI Don Giuseppe, arciprete di S. Lorenzo in Selva (Imola), ucciso il 1° maggio 1945 perché sospettato di filofascismo.
GALLETTI Don Tiso, parroco di Spazzate Sassatelli (Imola), ucciso il 9 maggio 1945 perché aveva criticato il comunismo.
GIANNI Don Domenico, cappellano militare in Jugoslavia, prelevato la sera del 21 aprile 1945 e soppresso dopo tre giomi.
GUICCIARDI Don Giovarmi, parroco di Mocogno (Modena), ucciso il 10 giugno 1945 nella sua canonica dopo sevizie atroci da chi, col pretesto della lotta di liberazione, aveva compiuto nella zona una lunga serie di rapine e delitti, con totale disprezzo di ogni legge umana e divina.
ICARDI Don Virgilio, parroco di Squaneto (Aqui), ucciso il 4 luglio 1944, a Preto, da partigiani comunisti.
ILARDUCCI Don Luigi, parroco di Garfagnolo (Reggio Emilia), ucciso il 19 agosto 1944 da partigiani comunisti.
JEMMI Don Giuseppe, cappellano di Felina (Reggio Emilia), ucciso il 19 aprile 1945 perché aveva deplorato gli «eccessi inumani di quanti disonoravano il movimento partigiano».
LAVEZZARI Serafino: Seminarista.
LENZINI Don Luigi, parroco di Crocette di Pavullo (Modena), trucidato il 20 luglio 1945. Nobile, autentica figura di Martire della Fede. Prelevato nottetempo da un’orda di criminali, strappato dalla sua chiesa, torturato, seviziato, fu ucciso dopo lunghissime ore di indescrivibile agonia, quale raramente si trova nella storia di tutte le persecuzioni. Si cercò di soffocare con lui, dopo che le minacce erano risultate vane, la voce più chiara, più forte e coraggiosa che, in un’ora di generale sbandamento morale, metteva in guardia contro i nemici della Fede e della Patria. Il processo, celebrato in una atmosfera di terrore e di omertà, non seppe assicurare alla giustizia umana i colpevoli, mandanti ed esecutori, i quali, con tale orribile delitto, non unico, purtroppo, hanno gettato fango, umiliazione e discredito sul nome della Resistenza Italiana. Ma dalla gloria all’Eternità, come nella fosca notte del Martirio Don Luigi Lenzini fa riudire la ultime parole della sua vita, monito severo e solenne, che invitano a temere e a stimare soltanto il giusto Giudizio di Dio. (N.B. – Volantino fatto stampare a Pavullo l’8 agosto 1965).
LOMBARDI Don Nazzareno.
LORENZELLI Don Giuseppe, priore di Corvarola di Bagnone (Pontremoli), ucciso dai partigiani il 27 febbraio 1945, dopo essere stato obbligato a scavarsi la fossa.
LUGANO Don Placido.
MANFREDI Don Luigi, parroco di Budrio (Reggio Emilia), ucciso il 14 dicembre 1944 perché aveva deplorato gli «eccessi partigiani».
MATTIOLI Don Dante, parroco di Coruzza (Reggio Emilia), prelevato dai partigiani rossi la notte dell’11 aprile 1945.
MERLI Don Ferdinando, mensionario della Cattedrale di Foligno, ucciso il 21 febbraio 1944 presso Assisi da jugoslavi istigati dai comunisti italiani.
MERLINI Don Angelo, parroco di Fiainenga (Foligno), ucciso il medesimo giomo dagli stessi, presso Foligno.
MESSURI Don Armando, cappellano delle Suore della S. Famiglia in Marino, ferito a morte dai partigiani comunisti e deceduto il 18 giugno 1944.
MORA Don Giacomo.
NANNINI Don Adelfo, parroco di Cercina (Firenze), ucciso il 30 maggio 1944 da partigiani comunisti.
NARDIN Don Simone, dei benedettini Olivetani, tenente cappellano dell’ospedale militare «Belvedere» in Abbazia di Fiume, prelevato dai partigiani jugoslavi nell’aprile 1945 e fatto morire tra sevizie orrende.
OBID Don Luigi, economo di Podsabotino e San Mauro (Gorizia), prelevato da partigiani e ucciso a San Mauro il 15 gennaio 1945.
PADOAN Don Antonio, parroco di Castel Vittorio (Imperia), ucciso da partigiani l’8 maggio 1944 con un colpo di pistola in bocca ed uno al cuore.
PAVESE Don Attilio, parroco di Alpe Gorreto (Tortona), ucciso il 6 dicembre 1944 da partigiani dei quali era cappellano, perché confortava alcuni prigionieri tedeschi condannati a morte.
PELLIZARI Don Francesco, parroco di Tagliolo (Acqui), chiamato nella notte del 5 maggio 1945 e fatto sparire per sempre.
PERAI Don Pompeo, parroco dei Ss. Pietro e Paolo di città della Pieve, ucciso per rappresaglia partigiana il 16 giugno 1944.
PERCIVALLE Don Enrico, parroco di Varriana (Tortona), prelevato da partigiani e ucciso a colpi di pugnale il 14 febbraio 1944.
PERKAN Don Vittorio, parroco di Elsana (Fiume), ucciso il 9 maggio 1945 da partigiani mentre celebrava un funerale.
PESSINA Don Umberto, parroco di San Martino di Carreggio, ucciso il 18 giugno 1946 da partigiani comunisti.
PERSICHILLO Don Giovanni.
PETRI Don Aladino, pievano di Caprona (Pisa), ucciso il 2 giugno 1944 perché ritenuto filo-fascista.
PETTINELLI Don Nazzareno, parroco di Santa Lucia di Ostra di Senigallia, fucilato per rappresaglia partigiana l’l 1 luglio 1944.
PIERAMI Giuseppe, seminarista, studente di teologia della diocesi di Apuania, ucciso il 2 novembre 1944, sulla Linea Gotica, da partigiani comunisti.
PISACANE Don Ladislao, vicario di Circhina (Gorizia), ucciso da partigiani slavi il 5febbraio 1945 con altre dodici persone.
PISK Don Antonio, curato di Canale d’Isonzo (Gorizia), prelevato da partigiani slavi il 28 ottobre e fatto sparire per sempre.
POLIDORI Don Nicola, della diocesi di Nocera e Gualdo, fucilato il 9 giugno 1944 a Sefro da partigiani comunisti.
PRECI Don Giuseppe, parroco di Montalto (Modena). Chiamato di notte col solito tranello, fu ucciso sul sagrato della chiesa il 24 maggio 1945.
RASORI Don Giuseppe, parroco di San Martino in Casola (Bologna), ucciso la notte sul 2 luglio 1945 nella sua canonica, sotto accusa di filo-fascismo.
REGGIANI Don Alfonso, parroco di Amola di Piano (Bologna), ucciso da marxisti la sera del 5 dicembre 1945.
RIVI Rolando, seminarista, di Piane di Monchio (Reggio Emilia), di 16 anni, ucciso il 10 aprile 1945 da partigiani comunisti, solo perchè indossava la veste talare.
ROCCO Don Giuseppe, parroco di Santa Maria, diocesi di S. Sepolcro, ucciso da slavi il 4 maggio 1945.
ROMITI Padre Angelico, o.f.m., cappellano degli allievi ufficiali della Scuola di Fontanellato, decorato al v.m., ucciso la sera del 7 maggio 1945 da partigiani comunisti.
SALVI Don Guido.
SANGIORGI Don Leandro, salesiano, cappellano militare decorato al v.m., fucilato a Sordevolo Biellese il 30 aprile 1945.
SANGUANINI Don Alessandro, della congregazione della Missione, fucilato a Ranziano (Gorizia), il 12 ottobre 1944 da partigiani slavi per i suoi servimenti di italianità.
SLUGA Don Lodovico, vicario di Circhina (Gorizia), ucciso insieme al confratello Don Pisacane il 5 febbraio 1944.
SOLARO Don Luigi, di Torino, ucciso il 4 aprile 1945 perché congiunto del federale di Torino Giuseppe Solaro anch’egli soppresso.
SPINELLI Don Emilio, parroco di Campogialli (Arezzo), fucilato il 6 maggio 1944 dai partigiani sotto accusa di filo-fascismo.
SPOTTI Nerumberto, Chierichetto.
SQUIZZATO Padre Eugenio o.f.m., cappellano partigiano ucciso dai suoi il 6 aprile 1944 fra Corio e Lanzo Torinese perché impressionato dalle crudeltà che essi commettevano, voleva abbandonare la formazione.
TALE’ Don Ernesto, parroco di Castelluccio Formiche (Modena), ucciso insieme alla sorella l’l 1 dicembre 1944.
TAROZZI Don Giuseppe, parroco di Riolo (Bologna), prelevato la notte sul 26 maggio 1945 e fatto sparire. Il suo corpo fu bruciato in un forno di pane, in una casa colonica.
TATICCHIO Don Angelo, parroco di Villa di Rovigno (Pola), ucciso dai partigiani jugoslavi nell’ottobre 1943 perché aiutava gli italiani.
TAZZOLA Don
TERENZIANI Don Carlo, prevosto di Ventoso (Reggio Emilia), fucilato la sera del 29 aprile 1945 perché ex cappellano della milizia.
TERILLI Don Alberto, arciprete di Esperia (Frosinone), morto in seguito a sevizie inflittegli dai marocchini, eccitati da partigiani, nel maggio 1944.
TESTA Don Andrea, parroco di Diano Borrello (Savona), ucciso il 16 luglio 1944 da una banda partigiana perché osteggiava il comunismo.
TORRICELLA Mons. Eugenio Corradino, della diocesi di Bergamo, ucciso il 7 gennaio ‘44, ad Agen (Francia) da partigiani comunisti per i suoi sentimenti d’italianità.
TRCEK Don Rodolfo, diacono della diocesi di Gorizia, ucciso il l° settembre 1944 a Montenero d’Idria da partigiani comunisti.
VENTURELLI Don Francesco, parroco di Fossoli (Modena), ucciso il 15 gennaio 1946 perché inviso ai partigiani.
VIAN Don Gildo, parroco di Bastia (Perugia), ucciso dai partigiani comunisti il 14 luglio 1944.
VIOLI Don Giuseppe, parroco di Santa Lucia di Medesano (Parma), ucciso il 31 novembre 1945 da partigiani comunisti.
ZALI Don Francesco.
ZAVADLOV Don Isidoro.
ZOLI Don Antonio, parroco di Morra del Villar (Cuneo), ucciso dai partigiani comunisti perché durante la predica del Corpus Domini del 1944 aveva deplorato l’odio tra fratelli come una maledizione di Dio.

Dati tratti da: “L’Ultima Crociata“, rivista dell’Associazione Nazionale delle Famiglie dei Caduti e Dispersi della R.S.I.

DON PESSINA







25 APRILE 1945
Padre Edmondo De Amicis, assassinato a tradimento.
Sotto  il ritaglio della Gazzetta del Popolo che racconta l'episodio,
 datata 26 aprile , l'ultimo numero "repubblicano" del giornale


Testimonianza di don Antonio Intreccialagli
cappellano militare della 1^ divisione d’assalto Tagliamento

Su richiesta del camerata Mario Meneghini, io, Padre Antonio Intreccialagli, cappellano della 1a Legione d’assalto “Tagliamento” durante la Repubblica Sociale, narro quel che accadde l’8 settembre 1943, in particolare quel che riguarda i cappellani militari.Tutti i reparti delle Forze Armate Repubblicane, operanti dal settembre ‘43 in Dalmazia, in Istria, sul fronte occidentale e nel territorio nazionale, ebbero il Corpo Volontario dei cappellani militari. Questo Corpo eroico, idealmente capitanato dai Trentacinque Caduti in servizio o trucidati a guerra finita, da vile mano assassina, Meritò l’elogio consapevole di S.E. Monsignor Bartolomasi, Vescovo Castrense, il Quale ebbe a dichiarare nel dopoguerra: “I volontari cappellani militari della R.S.I. Furono e restano l’orgoglio dei cappellani militari italiani, per l’ineccepibile condotta morale, per il senso eroico ed assoluto di servizio nell’assistenza religiosa e spirituale dei reparti loro assegnati, per l’amor di Patria nell’assistere e sostenere il morale di una popolazione civile, sotto l’inenarrabile flagello che si abbatteva sull’intera nazione italiana”.

Com’è noto, erano continui i bombardamenti indiscriminati su ogni centro abitato, e non venivano risparmiati neppure i contadini intenti al lavoro dei campi. La popolazione inerme subiva senza interruzione ogni sorta di spoliazioni e di violenze da parte di formazioni partigiane, che di certo avevano bisogno di sostentarsi, e che si procuravano quanto necessitava loro depredando i civili.
E’ doveroso precisare che nel periodo della R.S.I. funzionavano regolarmente gli ospedali, le scuole, i servizi annonari, tuttavia la popolazione civile era prostrata, avevano bisogno di assistenza e di sostegno per sopportare tanti inenarrabili sacrifici.Pertanto l’opera dei cappellani militari nella R.S.I. fu particolarmente valida, necessaria anzi, per contenere le conseguenze degli odii che si rinfocolavano ogni giorno di più in seguito alle efferate azioni di sterminio, alle proditorie esecuzioni effettuate dai partigiani, i quali non risparmiavano neppure donne e bambini, colpevoli di avere i loro sposi o i loro papà inquadrati nei reparti della R.S.I., per l’onore d’Italia.Potrei riferire diversi casi , estremamente crudi ,selvaggi ,nei quali dovetti intervenire per limitare le conseguenze di tali azioni nefande ,evitando rappresaglie e talvolta salvando gli stessi partigiani incriminati.In questi casi, il cappellano vagliava le varie situazioni con senso cristiano, civile e fraterno, per quanto stava nella sua formazione morale e religiosa.
Mai potrò dimenticare che lo stesso mio Comandante di Legione, volendo avere la coscienza più tranquilla possibile, mi sottoponeva i casi più difficili, in cui avrebbe dovuto prendere l’estrema decisione: infatti, se io avessi manifestato un qualche motivo di esitazione sulla pena da applicare, era sufficiente un mio segno azzurro sulle cartelle personali, e si desisteva a eseguire la sentenza …Mi risulta che lo stesso fecero altri cappellani militari che ebbi occasione di incontrare sui vari fronti. Tutto ciò per limitare gli effetti dell’odio fratricida.
Con gli altri cappellani della Repubblica Sociale ebbi pochi e saltuari incontri, e questo perché ho sempre seguito la mia Legione nei continui suoi spostamenti, come sul fiume Soglia nella zona di Pesaro-Urbino, sul Grappa, in Valtellina, in Val Canonica e in Valsesia, o sull’Altopiano di Asiago.
Ebbi comunque il piacere di conoscere ed amare fraternamente il cappellano militare, mutilati di una gamba, don Angelo Scalpellini, reduce dalla Russia, che incontrai in quel di Bologna, quando venni ricoverato all’ospedale militare Mazzacurati per una ferita al ginocchio. Questo eroico, meraviglioso cappellano si dedicava all’assistenza dei feriti nei vari ospedali della zona. Sempre a Bologna incontrai Sua Eminenza il Cardinale Vassalli Rocco, che era venuto a far visita ai feriti. Si dimostrò estremamente benevolo, quasi paterno, nei miei confronti; volle che gli parlassi dei valori spirituali, morali e religiosi dei miei legionari, dei quali, per la verità, ero quanto mai orgoglioso, specie di quelli del 1° Battaglione “Camilluccia”, formato da studenti universitari e liceali di Roma.
Al Cardinale consegnai tre lettere. Erano di due soldati inglesi e di uno australiano, i quali avevano sterminato, insieme a un gruppo di partigiani, un intero nostro plotone. I tre non indossavano la divisa, ma erano in abiti civili, per questo il Tribunale Militare ne aveva ordinata l’esecuzione in quel di Varallo Sesia. Quei ragazzi morirono cristianamente e da forti. Nelle loro lettere alle famiglie riconobbero di aver violato le leggi di guerra, partecipando ad un’azione bellica in abiti borghesi. Esortavano alla pacificazione, elogiando i miei reparti e in particolare me, il cappellano, per come li avevano trattati e assistiti durante la prigionia.
Nella notte precedente l’esecuzione, celebrai la Santa Messa per loro: due erano cattolici e vollero ricevere la Comunione. Il terzo, protestante, mi interruppe durante la celebrazione, mi chiese di assolverlo dai peccati e volle fare la sua prima ed ultima Comunione. Come ho detto, le loro ultime lettere furono consegnate al Cardinale (a causa dei disservizi, non mi era stato possibile inoltrarle tramite la Croce Rossa). Appresi in un secondo tempo che i familiari le avevano ricevute.
Anzi, mi furono di grande utilità presso i Comandi Alleati, allorché dovetti rispondere della falsa accusa, mossami dai partigiani, di essere stato l’istigatore della condanna a morte di questi ex nemici.
Il Cardinale si congedò da me, impartendomi commosso la sua benedizione e raccomandandomi di portarla ai miei legionari. Aggiunse una frase che mi ha fatto più volte riflettere: “Ricordatevi che bisogna compiere il proprio dovere. Su questa terra non sempre vince chi ha ragione”.
Rapporti di amicizia fraterna mi legavano a due infaticabili cappellani francescani, Padre Eusebio e Padre Blandino. Insieme a loro – nei periodi di stasi dei nostri rispettivi reparti – effettuai delle tournée di predicazione nelle chiese e nelle piazze di Verona, Vicenza, Padova e Brescia, radunando grandi folle di ascoltatori.Rapporti scritti gli ebbi li ebbi anche con l’eroico Don Calcagno, direttore di “Crociata Italica”, fucilato a guerra finita dai partigiani. Per il suo giornale gli feci pervenire due articoli riguardanti la fede religiosa dei nostri giovani, che combattevano per gli eterni valori: Onore e Patria.Ed ecco come avvenne la mia personale adesione alla Repubblica Sociale Italiana.
Devo premettere, comunque, che provenivo dall’Arma Aeronautica. Infatti, fin dal 21 giugno 1940 ero stato richiamato dall’Ordinariato Militare ed assegnato all’Aeronautica in Sicilia, presso il Comando di Palermo. Fui poi inviato all’idroscalo di Stagnone, sede di una squadriglia da ricognizione marittima.
Fui anche cappellano della base aeronautica di marsala e dei depositi adiacenti.
Partecipai, con idrovolanti o motoscafi, a vari soccorsi marittimi, per recuperare piloti caduti in mare, lanciatisi dopo essere stati abbattuti.
Tutto abbastanza regolare fino a che fui assegnato alla base aeronautica di Gela dove facevamo scalo, su un campo d’aviazione ben presidiato, bombardieri e caccia per le azioni su Malta. Ricordo che nell’agosto ‘41 giunsero al campo i reparti da caccia tedeschi (caccia diurna e notturna). I camerati germanici si mostrarono estremamente gentili con me, che del resto manifestavo loro tanta simpatia ed ero sempre disponibile ad ogni necessità inerente al servizio.
Ma ecco che nell’aprile del ‘42 fui improvvisamente colpito da una grave forma di ameba istolitica vegetativa. In quella circostanza venni salvato dal medico del campo, il quale usò con me una terapia quanto mai drastica, a base di iniezioni di Emmetina (prima di sottopormi a questo trattamento, volle il mio consenso, in quanto correvo il rischio di restare paralizzato agli arti inferiori). Fui ricoverato all’ospedale di Palermo, poi a quello di Napoli, quindi al Celio e di qui alla clinica per malattie tropicali dell’Università di Roma. Durante la convalescenza, prestavo volontariamente la mia opera per confrontare e assistere i grandi invalidi ricoverati nella clinica ortopedica della stessa Università.
Fu in questo periodo che avvenne il bombardamento sul quartiere di S. Lorenzo adiacente alla clinica. In quell’occasione prestai la mia opera morale e materiale a sollievo della popolazione così provata. Ricordo che scavammo tra le macerie per recuperare salme ed eventuali superstiti.
Eccoci all’8 settembre: Quella mattina, verso le dieci, stavo prestando la mia assistenza ai grandi invalidi quando sentii un tremendo rombo di motori provenire dalla zona orientale dell’Urbe. Formazioni fittissime di bombardieri alleati stavano scaricando i loro ordigni su Frascati, ritenuta, a quanto pare, sede del Comando Generale tedesco in Italia.
La cittadina fu rasa al suolo per oltre tre quarti, si ebbero 8.000 morti su circa 12.000 abitanti. Anche i piccoli centri presso Frascati vennero martellati da bombe o spezzoni. Dalle terrazze dell’Università, vidi levarsi al cielo enormi nubi di polverone causato dal bombardamento e siccome avevo mia madre residente a Montecompatri, poco distante da Frascati (papà era morto nel 1932), decisi di raggiungere immediatamente la zona. Fui gentilmente raccolto da una camionetta tedesca diretta verso est, condotta da un militare che aveva il braccio sinistro letteralmente spappolato: si stava recando al suo comando, credo nella zona di Zagarolo. Sciesi nell’abitato di Colonna, tre chilometri più in basso di Montecompatri e raggiunsi il paese di mia madre. Per fortuna lei non aveva sofferto danni, per quanto fosse terrorizzata. La sua abitazione era stata lesionata al piano superiore e al tetto, mentre il caseggiato prospiciente era andato completamente distrutto. Mi dedicai, per quanto possibile, a consolare quella gente afflitta e spaventata.
A sera apprendemmo dalla radio che era stato firmato l’armistizio, con la conseguente cessazione di atti di guerra. Rammento che intervenni per calmare l’Esuberanza di gruppi di donne, convinte di aver finalmente raggiunto la pace…
Mentre io mi rendevo conto che stava per cominciare una guerra ancor più atroce.
L’indomani, 9 settembre, discesi a Roma servendomi del “tramvetto” Roma-Fiuggi-Frosinone.
In una stazione intermedia assistetti, con estremo dolore, all’arresto da parte dei carabinieri di un giovanissimo militare tedesco, che viaggiava nel convoglio.
Raggiunta Roma, venni a sapere che tutti i comandi militari si erano squagliati, che i soldati fuggivano per raggiungere le famiglie… Si parlava anche di un attacco tedesco proveniente dalla zona litoranea in direzione San Paolo.
Insomma, la ben nota situazione di caos.
L’11 settembre cominciarono a circolare per Roma mezzi e pattuglie di tedeschi, mentre un fuggi fuggi generale si verificava nelle caserme e nei Comandi. In piazza Fiume salutai romanamente un mezzo militare germanico carico di paracadutisti e allora compresi che ogni resistenza nella zona di San Paolodoveva essere cessata. Mi recai sul posto, portando del vino che distribuii amilitari sbandati… Ne presi con me ne presi con me sette che condussi al nostro convento in via Paisiello ai Parioli. Procurai loro degli abiti borghesi, invitandoli a raggiungere le proprie case. Le loro divise e le armi individuali le feci riporre nelle soffitte del convento.
Adesso potevo pensare a me. Da quel momento mi diedi da fare in tutti i modi per mettermi in contatto con i reparti tedeschi. Mi recai infatti al Comando Paracadutisti nella zona di San Giovanni in Laterano, presso il viale Emanuele Filiberto. Chiesi che mi indicassero qualche reparto italiano che ancora combattesse al loro fianco con la nostra bandiera. Mi fu risposto che ce n’era qualcuno, senza però assicurarmi che fosse autonomo, e mi indicarono la zona di Albano, dove reparti di Camicie Nere stavano ripiegando verso Tivoli, località in cui si era acquartierata la divisione M “Littorio”, forte dei suoi carri Tigre.
Non Andai comunque a Tivoli ma a Roma presi contatto col Comando della divisione “Piave”, acquartierata a Villa Borghese. Mi fu detto che erano in attesa di ordini (ordini che non vennero mai…). In quei giorni drammatici appresi dalla radio la notizia del suicidio del generale Cavallero.
Fino a che, verso la metà di settembre ascoltai, sempre alla radio il proclama di Rodolfo Graziani, diretto agli italiani che ancora avevano il senso del dovere perché si arruolassero nelle nuove formazioni dell’esercito italiano.
Il 17 settembre (o forse era il 19 mi recai deciso al Comando Generale della Milizia che era stato riaperto i viale Romania. Indossavo la tonaca con ancora le stellette sul cappuccio. Alle garitte vidi di guardia parecchi ufficiali: erano tutti volontari, che si erano presentati per riprendere servizio.
All’interno di uno dei tanti corridoi, ebbi la fortuna e (l’onore) di imbattermi proprio nel Comandante Generale Renato Ricci.
Era circondato da un gran numero di ufficiali superiori. Vedendo il mio saio, mi si rivolse con questa domanda: “Tu cosa cerchi?”.
Al ché risposi con prontezza: “Desidero una camicia nera e un reparto per combattere per la mia Patria”.
Intervennero diversi ufficiali, tra cui il generale Ezio Garibaldi e il console generale Auro d’Alba, che da tempo conoscevo: mi invitarono a star calmo perch il mio caso si sarebbe risolto e c’erano cose ben più pressanti che urgevano…
Fu allora che pensai a uno stratagemma e lo posi in esecuzione.
Entrai in uno di tanti uffici (ovviamente deserto). In una macchina da scrivere misi uno dei fogli intestati del Comando Generale (ce n’erano molti), e scrissi questa richiesta dopo aver diligentemente premesso un numero di protocollo e la data): “Oggetto: si richiama immediatamente in servizio il cappellano Militare dell’Arma Aeronautica Augusto Pio Intreccialagli (Padre Antonio) per le nuove formazioni dell’Esercito”.Firmato: “Console Macchione”. (Fra le varie scartoffie dell’ufficio avevo notato questo nome).Apposi regolare timbro, misi il foglio in una busta indirizzata a me stesso presso il mio convento, in Via XX settembre n.17. Fermai un militare in camicia nera, gli “ordinai” di recapitare la busta… e tornai al convento.
Qui trovai il Superiore con la lettera in mano. Alquanto spaventato, mi disse: “Sono scappati tutti! Va’ in un nostro convento di campagna, rimani là e non farti più vedere!”.
Rilessi con attenzione il foglio da me stesso battuto e osservai: “Se mi chiamano in servizio, evidentemente i reparti hanno bisogno di cappellani. Non posso esimermi”.
Il Superiore mi fece notare che l’ordine di richiamo non proveniva dall’Ordinariato Militare, pertanto era opportuno andare là almeno per sentire cosa ne pensassero. Obbedii. Alla salita del Grillo, sede dell’Ordinariato, no c’era nessuno se non un prete, al quale feci presente che il mio Superiore Provinciale desiderava su quel foglio di richiamo almeno un timbro per presa visione. Il che puntualmente fu fatto.Con quel prezioso documento in mano, il giorno seguente mi misi a cercare un reparto italiano che mi accogliesse, ed ebbi la fortuna di incontrare un gruppo di giovanissimi legionari. Erano acquartierati – mi dissero – sul Monte Mario nella zona della Camilluccia, dove si era costituito un centro per volontari.
Il reparto al comando del maggiore Agostani (vice comandante il capitano Nicoletti), stava formando dei plotoni che a loro volta venivano inviati ad Orvieto, dove esisteva un altro centro di reclutamento.
Verso sera mi presentai dunque alla caserma.Davanti alla sentinella scattai in un impeccabile saluto romano e chiesi dell’ufficiale di picchetto.Venne un sottotenente al quale consegnai il “mio” foglio di richiamo, precisando di essere stato inviato a quel centro di reclutamento direttamente dal Comando Generale.Grande fu la soddisfazione per il mio arrivo; anzi, il Comandante Agostani ebbe a dire agli altri ufficiali: “Questo è un onore straordinario, il Comando Generale pensa a noi, mandandoci un cappellano!”.
E da quel momento feci parte a tutti gli effetti del 1° Battaglione M “Camilluccia”.La sera stessa ero già in divisa da legionario (sahariana kaki).Divise e bustine da ufficiali non ce n’erano, quindi usai il fez.L’indomani mi diedi da fare per procurarmi un po’ di stoffa rossa con cui confezionare la croce da porre sul taschino sinistro della giacca.
Gli “M” rossi mi furono apposti sui risvolti della sahariana dallo stesso Comandante (come da regolamento), e da quell’istante ricominciai la vita tra i soldati, che del resto ben conoscevo.Venni accolto con la massima simpatia e benevolenza dai giovani legionari, anche perché gli aiutavo nel loro addestramento militare, data la mia conoscenza in materia.Loro, invece, tutti studenti volontari, non avevano di certo grande esperienza. Com’è ovvio, svolgevo di pari passo la mia attività di carattere religioso e spirituale, tanto necessaria nei difficili momenti in cui vivevamo.
In quel primo periodo fui anche cappellano al Centro Reclutamento di Orvieto, ove accompagnai spesso plotoni di volontari arruolatisi a Roma (dove ne frattempo si era costituito il 1° Battaglione M “Camilluccia”).Fu allora che conobbi un ragazzo di quattordici anni, Vittorio Sgabelloni, il quale tanto disse e tanto fece che riuscì ad essere arruolato come mascotte del “Camilluccia” (anche perché io perorai la sua causa).In ogni occasione si comportava come un autentico legionario; aveva anche forze sufficienti per portare zaino ed equipaggiamento.Fu il primo vero Eroe del nostro battaglione perché nella zona di Urbino cadde mitragliato da aerei alleati che attaccarono i nostri camion in movimento.Ai primi di gennaio 1944 il Battaglione si trasferì da Roma a Vercelli, dove si acquartierò nella caserma che prese il nome di “Tagliamento”; insieme al 63° Battaglione M reduce dalla Russia si costituì la 1a Legione di Assalto M “Tagliamento”. Quanto a me ebbi l’ordine di restare nella capitale con tre legionari, Carbone, Cordasco e Battaglia, per effettuare al Comando romano della Milizia, la consegna di tutto il materiale (vestiario ecc.) della nostra caserma alla “Camilluccia.
Eseguito questo compito, con mezzi di fortuna raggiunsi Vercelli, unitamente ai miei tre legionari, non senza aver fatto prima alcune deviazioni perché quest potessero salutare i familiari. Io stesso mi fermai a Torino dove lo zio Enrico, che mi era affezionatissimo, ci ospitò con estrema generosità, per tre giorni.
Raggiungemmo quindi il nostro comando a Vercelli.
Dopo la costituzione della Legione d’Assalto, partecipai, fin dal primo momento a tutte le azioni e operazioni svolte da questo reparto nella Repubblica Sociale.
Portai a termine con amore, spirito di sacrificio e di donazione a Dio e alla Patria.
Ogni mio compito, facilitando, custodendo e rinvigorendo – nei reparti e nella gente che potei avvicinare – lo spirito di servizio nonché il senso di Dignità e di Onore della nostra Patria.
Vogliate scusarmi per qualche eventuale mia inesattezza: non ci vedo bene e quindi non posso scrivere né leggere… Ho dovuto affidare questa mia relazione unicamente alla memoria, che per grazia di Dio è ancora sufficientemente lucida.


L'ECO DI  BERGAMO - 30 APRILE 1945

Un sistema destinato a fare scuola: “Il Patriota”, organo delle Brigate Matteotti, pubblica l’elenco nominativo e gli indirizzi di alcuni esponenti fascisti, segnalandoli alla giustizia partigiana